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COME DIFENDERSI DAGLI INSULTI CON UN PO’ DI FILOSOFIA

Anche quando non fisici, gli insulti possono recare molto dolore a chi li riceve. Se riceviamo in pubblico una “lavata di capo” da una persona che occupa una posizione di autorità, ad esempio, il tuo datore di lavoro o un insegnante, il tuo sentimento di rabbia e umiliazione sarà molto intenso; non solo, gli insulti sono in grado di causare dolore anche molto tempo dopo che li abbiamo subiti. Può succedere che mesi dopo essere stati insultati, in un momento di particolare tranquillità la nostra mente ci riporti a ricordare l’accaduto:  nonostante il passare del tempo ci ritroviamo pieni di rancore. Per capire il potere degli insulti che sconvolgono la nostra serenità, basta pensare alle cose che ci turbano giornalmente. Ai primi posti sulla nostra lista troveremo il comportamento negativo basato sugli insulti ricevuti dalle altre persone, inclusi i nostri amici, parenti, colleghi e datore di lavoro. 

Quando insultate, le persone di solito si arrabbiano, ma per evitare che ciò succeda possiamo utilizzare delle tecniche sviluppate dai filosofi Stoici, queste tecniche ci aiutano a prevenire l’ attacco d’ira quando veniamo insultati. Una delle strategie è quello di fare una pausa nel momento stesso in cui veniamo insultati, per considerare se l’insulto contenga della verità. Come? Seguiamo il consiglio di Seneca. Nel seguente passaggio Seneca si domanda perché dovremmo considerare un insulto ciò che ci viene detto quando questo non è altro che la verità: 

“… in che cosa consiste ciò che viene chiamato offesa? Uno ha scherzato sulla mia testa liscia, sulla mia vista debole, sulle mie gambe stecchite o sulla mia bassa statura: ma che offesa è udire quello che tutti vedono? Se una cosa è detta di fronte ad una sola persona, ridiamo; di fronte a molti, ce ne sdegniamo, e non lasciamo liberi gli altri di ripetere quanto noi stessi, abitualmente, diciamo sul nostro conto. [La Fermezza del saggio, XVI, 4] 

E ancora, Seneca ci dice che non serve essere un saggio ma è sufficiente dire a se stesso: 

“Merito o no questi torti che mi vengono fatti? Se li merito, non è un offesa, ma è giustizia; se non li merito, è chi me li ha fatti che dovrebbe vergognarsene.” [La Fermezza del Saggio, XVI,3]

Un’altra strategia per eliminare l’impatto dell’insulto è suggerita da Epitteto, altro filosofo stoico, che ci suggerisce di fare una pausa e considerare quanto ben informato è chi reca l’insulto: 

“Quando qualcuno ti offende facendoti torto con le sue azioni o dicendo male di te, fermati un attimo a considerare che, dopotutto, se così agisce e così parla è perché nel suo intimo è convito di fare la cosa giusta. Né potrebbe essere altrimenti, giacché egli si comporta necessariamente in base a ciò che a lui – e non a te – appare conveniente. E se si sbaglia, bene, il problema non è tuo, ma soltanto suo: è stato lui a prendere una cantonata. Poniamo il caso che qualcuno, errando, consideri falso un sillogismo vero: non sarà certo il suo errore a invalidare la correttezza del sillogismo. Sua la responsabilità, suo il danno. Forte di tale constatazione, cerca di trattare con indulgenza e mitezza chi ti insulta, ripetendo tra te e te, all’occorrenza: «evidentemente è così che la pensa». [ Manuale, 42] 

Un’altra strategia per eliminare l’impatto dell’insulto e quello di tenere in considerazione da chi arriva l’insulto. Se ho rispetto per la fonte, se do valore alle sue opinioni, i suoi commenti non dovrebbero irritarmi. Prendiamo in considerazione un esempio dove non ho rispetto per la persona che mi ha insultato, mettiamo che sia un individuo completamente sgradevole. In queste circostanze, invece che sentirmi ferito dai suoi insulti, dovrei sentirmi meglio: se questa persona non approva quello che faccio, allora cosa sto facendo è senza dubbio la cosa giusta da fare. Se dovessi rispondere al suo insulto, Il commento più appropriato dovrebbe essere “Sono sollevato che la pensi così su di me”. 

In altri casi le persone che ci insultano hanno dei difetti caratteriali, queste persone anziché farci arrabbiare dovrebbero farci pena, e qui viene in nostro aiuto un altro filosofo stoico, l’imperatore Marco Aurelio

“Quando uno sbaglia nei tuoi confronti, considera subito quale opinione sul bene o sul male lo ha spinto all’errore: se riuscirai a capirlo proverai compassione per lui e non sarai più sorpreso né adirato. Infatti, se hai ancora, anche tu, la sua stessa opinione del bene, o ne hai una simile, devi scusarlo; se invece la tua opinione del bene e del male non è più di questo genere, ti sarà più facile essere indulgente con chi sbaglia.” [A se stesso, VII, 26] 

Un’altra strategia che ci insegna Epitteto, è quello di tenere a mente che quando insultati, siamo noi stessi la fonte del nostro giudizio sull’accaduto e della nostra reazione all’insulto: 

“ A offenderti – ricordatelo sempre – non è chi ti insulta o chi ti percuote, bensì il fatto che tu giudichi tali azioni di per sé offensive. Sicché quando senti la collera montarti dentro verso qualcuno, considera che a irritarti altro non è che il tuo giudizio di valore. Prendi tempo, innanzitutto, e vedi di non lasciarti travolgere dalla tua rappresentazione dell’accaduto: passati i primi momenti l’ira tende a sbollire e con un po’ di indugio più agevolmente avrai modo di dominarti e contenerti.” [Manuale, 20] 

Da questo ne consegue che se riusciamo ad auto-convincerci che una persona non ci ha recato nessun male nell’insultarci, l’insulto non porterà a nessuna reazione, come ci insegna Epiteto: 

“ Perché, in verità, nessuno può farti del male se non sei tu a volerlo: avrai patito un danno, infatti, nel preciso istante in cui tu riterrai di subirlo.” [Manuale, 30] 

E ci ricorda in questo famoso passaggio che: 

“A turbare e agitare gli uomini non sono i fatti in sé, ma piuttosto i giudizi che essi hanno su di essi.” [Manuale, 5]

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Angelo Manassero